Gianni Pulone

Gianni Pulone

Gianni Pulone nasce a Roma il 4 marzo del 1943. Nel 1967 si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1972 acquista un carro di Tespi dai fratelli Suffer-Pellerani, l’ultima famiglia di girovaghi detti “Scavalcamontagne”, e con questo inizia il suo itinerario. Il teatro di strada e il teatro di poesia sono stati le basi dell’attività successiva. Si è interessato a lungo dell’uso del linguaggio e della costruzione del burattino, del pupazzo, della maschera e della marionetta. Ha lavorato al Piccolo di Milano con Giorgio Strelher e Marco Bellocchio, al Teatro Stabile di Torino con Gabriele Lavia e poi con Alvise Sapori, Luciano Mondolfo, Alberto Negrin, Ugo Tognazzi, Luigi Perelli, Sandro Cane, Mario Chiari, Luigi Di Gianni e altri. Nel 1982 in Spagna ha vinto il 1° Premio al Festival Internazionale di Sitges con gli spettacoli di Don Perlimplin di F.G. Lorca e Pugacev di Sergej Esenin.

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giovedì, 10 gennaio 2008

....ormai sono fuori del mondo.

e della ridicola morale degli uomini

(F.G.Lorca don Perlimplin)

 

...ed è per questo che dopo quarant'anni di teatro ed essere arrivato ai giorni nostri.mi posso finalmente "liberare".

Da dove cominciamo?

Cominciamo dalla democrazia: mai parola è stata usata così spesso e a sproposito ed in nome di questa sono state fatte passare le cose più antidemocratiche.
Guardate Bassolino... ha avuto il coraggio di dire, "a seguito della mondezza" che non si dimette e non si dimetterà perché la sua elezione con gli attuali strumenti legislativi è bloccata. E la stessa cosa è per i sindaci: sono dei despoti che non  hanno nessun controllo. Forse è  per questo che molti si vantavano dell'attuale sistema legislativo per sindaci e presidenti di regione.

A me personalmente "anticamente" insegnarono che la democrazia è un sistema di bilanciamento di poteri, mentre ai nuovi "democratici" questo bilanciamento da molto fastidio. Hanno paura che sbilanci, ed  per questo che, per esempio, il segretario comunale, che  una volta era di nomina del ministero degli interni, e in un certo senso era anche un controllore dell'attività complessiva  del sindaco, ora è di nomina dello stesso sindaco, alla faccia del conflitto di interessi, il controllato che nomina il suo controllore.

La stessa cosa per le sovvenzioni del teatro o del cinema.

Prima le sovvenzioni venivano proposte al Ministro da commissioni elette dalle diverse categorie di lavoratori dello spettacolo, il Ministro leggeva le proposte faceva qualche modifica e poi ratificava. Poi con la riforma Veltroni le commissioni, sempre del cinema e del teatro, sono nominate dallo stesso  Ministro con l'unico risultato che il  nepotismo schifoso che si vede ora, non ce n'era traccia negli anni della prima Repubblica.

Mi ricordo che il Ministro del Turismo e dello Spettacolo On. Signorello, divenne ad un certo momento anche sindaco di Roma. Si prodigò perché le commissioni si riunissero subito, si fece mandare le delibere in Campidoglio per poterle firmare il più rapidamente possibile  affinché le compagnie avessero subito i soldi per poter operare e magari spendere meno interessi con le Banche.

Tale e quale il Ministro Rutelli che divenuto sindaco a marzo 2006 convocò le commissioni non so se in estate inoltrata o addirittura a settembre ottobre 2006, per comunicare a dicembre che a molte compagnie venivano tolti i fondi.Non so se è chiaro: hanno deciso ad attività conclusa chi doveva essere sovvenzionato e chi no.

I fondi si possono anche togliere ma dare una comunicazione del genere a dicembre è un atto criminale. A quella data una compagnia ha già assunto onerosi impegni economici, e privarla delle sovvenzioni significa affossarla, parliamo di compagnie che hanno alle spalle anche un'attività quarantennale, ma il torto è identico anche nei confronti di quelle più giovani.

Ma c'è una logica in tutto ciò?

Che senso ha dire ad una compagnia, a dicembre, che  per l'anno ormai passato non sarà sovvenzionata?

Perché non dirlo a marzo o aprile. prima che questa si riempia di debiti? Evidentemente c'è una volontà perversa che prevale su qualsiasi logica.

Non si capisce poi perché la professionalità che si richiede alle compagnie e agli operatori culturali e che tanto viene citata in ogni momento dalle diverse circolari  non l'abbiano i ministri, i direttori generali.

Voglio raccontare un nanetto: Nel 2004 abbiamo tentato, ed abbiamo realizzato uno spettacolo piuttosto costoso triplicammo  i contributi pagati dovuti  all'Enpals e all'inps  e rimanemmo stupefatti quando ci comunicarono che non solo non ci avevano dato una sola lira in più ma addirittura ci avevano dimezzato la sovvenzione che era già bassissima e insufficiente. Chiedemmo spiegazioni ad un altissimo dirigente e questi ci disse che non ne sapeva nulla. ma come abbiamo presentato un progetto dei bilanci, delle relazioni, come dice richiede la circolare ministeriale.si, si. ma qua robba chi a legge" Si si avete capito bene tutta quella montagna di documentazione che si richiede alle compagnie per poter essere valutate in realtà non le legge nessuno. Viva la riforma Veltroni. Viva i democratici.

D'altro canto non era il primo attacco che il centro sinistra, dopo aver appoggiato il teatro per tutta la prima repubblica,  faceva al teatro specie quello sperimentale o povero.

Infatti anche la Ministra Melandri, ispirata non so da quale progetto,  fece, qualche anno fa, una piccolissima modifica alla circolare che definiva i criteri per l'assegnazione delle sovvenzioni. Anzi  non modificò nulla. Aggiunse solo una parola. Una parolina. Una  piccolissima parola "riconosciute"

Quindi improvvisamente tutte le associazioni culturali senza scopo di lucro dovevano diventare "riconosciute".

Una associazione non si può riconoscere da sola,  la deve riconoscere il prefetto, ma poi il riconoscimento comporta costi pressoché  impossibili per una piccola associazione quindi, di fatto, quella compagnia viene esclusa da qualsiasi sovvenzione. Al solito l'esclusione veniva progettata non a livello qualitativo, ma a livello amicale. "Ci sono gli  amici miei, che devono essere sovvenzionati e gli altri da eliminare." Fortunatamente allora il governo, che ostinatamente e inopportunamente insisteva a definirsi  di centro sinistra, cadde.. e quindi prima il Direttore Generale Carmelo  Rocca poi il ministro Urbani sanarono  questo abuso vergognoso.

A questo punto vorrei ricordare con tanta simpatia e rimpianto Carmelo Rocca che pur non condividendo alcune sue scelte era un signore che lo spettacolo lo conosceva a differenza di questi ultimi "parvenu"

Ma la cosa più imbarazzante di questa seconda repubblica è quello che ha prodotto: un deserto culturale di vastità inimmaginabile del quale  subiremo conseguenze per decenni. 

In questo senso le modalità e gli interventi distruttivi sono stati  equi e ben ripartiti, ma se proprio vogliamo dare la palma d'oro credo un nome prevalga su tutti:  Franco Bassanini, con la sua riforma costituzionale votata con uno o due voti di scarto. (Ma come si può fare una riforma costituzionale con due voti di scarto? A parte che sarebbe  vergognosa comunque anche se la differenza fosse stata maggiore). E dove è ora l'on. Bassanini, ex socialista, ex piusuppino, ex comunista, ex democratico di sinistra ecc. A lavorare con Sarkoszi che tanto di sinistra non è mai stato. Senza contare dell'atteggiamento vergognoso della dirigenza diessina che  nascose le riforme costituzionali dietro un referendum che sembrava un pro o contro Berlusconi. 

Vorrei concludere per oggi con una citazione tratta da un altro autore che non si rappresenta quasi più: Albert Camus sostituite la parola cometa con la parola roghi e avrete il termometro della nostra attualità:

 
A che buon governatore  abbiamo. 

se il suo bilancio è in deficit, se sua mogli è adultera

annulla il deficit e nega la copula.

Cornuti vostra moglie è fedele,

paralitici potete camminare e voi ciechi guardate.. è l'ora  della verità

Ecco! Io, Nada, luce di questa città per istruzione e conoscenze; sbornione per disdegno di le tutte le cose e per disgusto di tutti gli onori; deriso dagli uomini perché ho conservato la libertà del disprezzo, dopo questo fuoco d'artificio bramo darvi un avviso gratuitamente.

Vi informo che ci siamo! E ci saremo sempre più.

Notate bene che c'eravamo già. Ma solo uno sbornione poteva rendersene conto. Dove siamo dunque?

Sta a voi, uomini ragionevoli, indovinarlo.

Per me, mi sono  fatto un'opinione, da sempre; e sto saldo sui miei principi:

la vita vale la morte; l'uomo è fatto del legno col quale si innalzano i roghi.

Credetemi: avrete dei guai.

Quella cometa è un cattivo segno. Vi dà l'allarme.

Vi pare inverosimile ? Me l'aspettavo.

A voi basta fare i vostri tre pasti, lavorare le vostre otto | ore, mantenere le vostre due donne e credere che  tutto sia in ordine. Ma voi non siete nell'ordine: |siete nei ranghi. Ben allineati, l'aria placida, maturi per la calamità. Ecco, brava gente: vi ho avvisato e sono in regola con la mia coscienza.

Postato da: giannipulone a 12:06 | link | commenti (2) |
giannestrale

mercoledì, 01 dicembre 2004

Il diario di un pazzo

di Nikolaj Vasilevic Gogol

regia di Gianni Pulone

Il diario di un pazzo, scritto da Nikolaj Vasilevic Gogol nel 1835, è considerato da un autorevole storico della letteratura russa, D. S. Mirskij, un capolavoro che ha caratteristiche romantiche "alla Hoffman, cioè ne senso di una giustapposizione di sogno e di vita reale". Oltre che tra sogno e realtà, il diario realizza un'altra mescolanza tipicamente gogoliana: quella del comico col patetico, che una celebre sentenza critica ha definito "le lacrime attraverso il sorriso". Il diario di un pazzo è la storia di un personaggio classico della letteratura russa dell'Ottocento, l'impiegato frustrato dell'amministrazione zarista, che tuttavia qui, a differenza di altri racconti, ad esempio Il cappotto, si incammina progressivamente verso la follia. I racconti di Gogol hanno tutti una straordinaria nativa potenzialità teatrale. Il diario di un pazzo, essendo il forma di monologo, ne ha ancora di più. Non stupisce che sia stato portato numerose volte sul palcoscenico. La presente elaborazione drammaturgica aumenta, nei limiti del possibile, la rappresentazione diretta dei fatti narrati, dando un'immagine anche di quei personaggi che ne l monologo originale non potevano che essere semplicemente raccontati. Tutto ciò che in Gogol c'è si è cercato di conservarlo: in particolare l'aspetto comico, che i traduttori e gli elaboratori troppo spesso sottovalutano. Eppure Gogol aveva avuto dalla natura il dono del riso e Puskin racconta che nel comporre Le veglie in una fattoria presso Dilanka, i racconti di un ambiente ucraino che rivelarono Gogol nel 1831, i tipografi si sbellicavano dalle risa. E d'altra parte, senza la comicità, anche il patetico gogoliano si snatura, diventa sentimentalismo, legato com'è all'altro polo da un rapporto dialettico. Vero che, dice Mirskij, "Gogol è uno scrittore assolutamente intraducibile, più intraducibile di qualunque altro prosatore russo". Quanto all'edizione attuale, non si potrebbe desiderare di meglio, almeno dal punto di vista della filologia. Fra le ascendenze universalmente riconosciute del mondo gogoliano, c'è la tradizione ucraina del teatro popolare e delle marionette. Lo stesso padre di Gogol era un commediografo dilettante che a quella tradizione aveva largamente attinto. Ritrovare sia pure lontanamente quella matrice significa avvicinarsi all'autentico spirito dello scrittore.

Così la critica nazionale:

LA NAZIONE

Tapino e pavido archivista, ma anche sognatore e lucido come può esserlo un pazzo, il Popriscin di Gianni Pulone vive in uno spazio fatto di astrazione e intimità. Il suo misero e solitario mondo è popolato di ricordi e aspirazioni. Il pettegolezzo si mescola all’apparenza, l’umiliazione si trasforma in esaltazione, la fragilità sfocia nella disperazione.

Carlo Rosati

IL MESSAGGERO

Bene ha fatto Pulone ad inserire qualche riferimento hoffmaniano, a soffiar dentro il suo spettacolo una magia lieve, quasi una polvere. Gogol non è Kafka e i suoi personaggi, le storie conservano, della fiaba l’incanto più segreto e pudico. Il regista di Don Perlimplino, e di Pugacev, il manovratore di pupazzi delicati e feroci, tocca in questo suo ultimo lavoro, punte di intuizione e resa ( anche attoriche) forse mai raggiunte.

Ubaldo Soddu

L’ORA

Gianni Pulone presta il suo viso intenso, emaciato, al povero Prospiscin squattrinato, patetico, via via sempre più dissociato tra la quotidianità di squallido e succube mezzemaniche e la follia del tempo che scorre senza alcuna logica su un calendario fino al giorno fatidico:43 aprile 2000. E’ li che i contatti con la realtà si perdono definitivamente.

Francesca Taormina

LA REPUBBLICA

Ma dicevamo e lo ribadiamo che il punto su cui fa leva lo spettacolo di Pulone è l’approssimarsi a un crollo senza ritorno, un mettersi a nudo in termini anche crudamente fisici alla luce fioca di una lanterna antica, nel cuore di un budello reticolato sceso in ultimo giù dall’alto per accalappiare, recludere, internare. Fine di un diario e fine di una pazzo. Ma resta impresso nella mente un grido muto, qualcosa di non scritto e di non detto.

Rodolfo di Giammarco

LA REPUBBLICA

Di ben altra qualità “il diario di un pazzo” che ha trovato in Gianni Pulone, teatrante piuttosto solitario sia rispetto alla scena sperimentale che a quella più tradizionale, un’interprete di rara bravura e misurata forza espressiva.

Nino Garrone

GIORNALE DI SICILIA

Ma ci è parso funzionare soprattutto l’impianto scenico ideato da Pulone, con quella quarta parete di garza che non solo chiude e separa il personaggio dal mondo reale, ma lo riduce all’immagine bidimensionale del racconto per strips, al reticolo tipografico di una storia che gli altri possono solo sfogliare. Alla fine le pareti di garza si chiudono e, nella luce biancastra, la follia riconosce la sua inesorabile prigione.

Renato Tommasino.

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IL TEMPO

Gianni Pulono è assai bravo a darci la goffaggine, la mediocrità e la quotidianità del personaggio. Con la sua aria dimessa, la sue nevrosi mai esteriore, la sua sofferenza, Pulone è molto più gogoliano di Flavio Bucci.

Giovanni Antonucci.

IL TEMPO

Vivo successo del “diario di un pazzo” di Gogol al “Michetti”. Il pregio della messa in scena è proprio nella evidenza con la quale Pulone rappresenta la normalità della pazzia. Un comune calendario che pian piano comincia a dare i numeri, una voce che progressivamente s’incrina, cambia tono, diventa un pigolio d’invocazione. Poi più nulla.

Francesco Sabbioni.

IL TEMPO

Di diversa impostazione e di notevole spessore drammatici “il diario di un pazzo” che Gianni Pulone ha tratto da Gogol. L’interprete ha rappresentato una piacevole sorpresa per gli spettatori che alla fine non gli hanno lesinato applausi e simpatia. Si tratta di un’attore a cui il teatro dovrebbe dare non poche soddisfazioni in avvenire

(cronaca dell’Aquila)

Postato da: giannipulone a 18:03 | link | commenti (3) |
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